Veltroni rivendica il Pd e raccoglie i cocci del CaW

Caro Giuliano, come avrai visto in questi giorni ho evitato di rispondere a sollecitazioni, critiche, a volte attacchi, che sono stati rivolti al Partito democratico e anche a me personalmente. A te, alle tue più recenti osservazioni, voglio però rispondere. di Walter Veltroni
28 LUG 08
Ultimo aggiornamento: 11:17 | 4 AGO 20
Immagine di Veltroni rivendica il Pd e raccoglie i cocci del CaW
Caro Giuliano, come avrai visto in questi giorni ho evitato di rispondere a sollecitazioni, critiche, a volte attacchi, che sono stati rivolti al Partito democratico e anche a me personalmente.
Sono abbastanza consapevole di quali sono le consuetudini e le regole della politica, e tutto sommato di come vanno più in generale le cose della vita, per sapere che quando si vince va tutto bene, e ogni tua scelta è illuminata da una luce positiva, e quando si perde tutto diventa sbagliato, potresti decidere ogni cosa diversamente e meglio, ci sarebbe “ben altro” da fare e in modo ben più efficace. E il PD di questo atteggiamento sembra essere un caso esemplare, nonostante le ragioni del risultato elettorale vadano probabilmente cercate più nelle vicende degli ultimi quindici anni che in quelli dei mesi scorsi.
A te, alle tue più recenti osservazioni, voglio però rispondere. Perché sono solitamente attento a quello che scrivi. E anche per l’amicizia e la stima che non da oggi ci legano e che le differenze politiche, in tutti questi anni, non hanno mai fatto venir meno. Permettimi di dirti che le conclusioni alle quali giungi, trascorsi appena cento giorni dal voto, mi sembrano premature e anche per questo sbagliate. Io non solo rivendico il lavoro fatto in questi pochi mesi, dalla mobilitazione di quasi tre milioni e mezzo di cittadini elettori alle primarie alla scrittura di uno statuto, di un codice etico e di manifesto dei valori del PD; dal tentativo di salvare la legislatura e di dar vita a un governo per le riforme alla redazione di un programma finalmente riformista; da una campagna elettorale che tutti hanno giudicato coraggiosa e innovativa alla nascita del governo-ombra e di un modo nuovo, netto e concreto, di fare opposizione. Io rivendico il fatto che grazie a questo lavoro si sono raggiunti risultati che non sono minimamente sbiaditi, che sono lì, evidenti, pronti a essere usati per costruirne altri.
Chi conosce la politica e la storia di questo Paese sa bene cosa vuol dire, e come non fosse affatto scontato riuscirci, costruire il più grande partito riformista che l’Italia abbia mai avuto. Un partito di dimensioni europee, come studiosi seri del tipo di Roberto D’Alimonte e Piero Ignazi hanno sottolineato con chiarezza, non senza un garbato invito a lasciar perdere sindromi da sconfitta e autoflagellazioni varie e pensare a ripartire dal tanto che si è ottenuto, rimboccandosi le maniche con pazienza, intelligenza e umiltà.
La nostra autonoma scelta politica di andare “liberi” alle elezioni ha cambiato il quadro politico e definito la nostra identità. La grande rottura rappresentata dalla “vocazione maggioritaria” con la quale il Partito democratico è nato e si è presentato di fronte agli italiani il 13 aprile non può ora essere ipocritamente impoverita da chi sa benissimo che era la scelta giusta da fare, l’unica davvero “riformista”. Come riformista e responsabile è stato, anche una volta iniziata la legislatura, mantenere quella disponibilità a una convergenza sulle regole, sul complesso delle riforme istituzionali, che avrebbero fatto e farebbero solo il bene del Paese.
Ma non si è mai da soli nella vita politica. Devo dire che nei tuoi commenti manca sempre, da questo punto di vista, l’altra parte politica. Dell’acronimo da te forgiato non c’è traccia, nei tuoi giudizi, delle prime due lettere. Nulla sulla responsabilità evidente di chi in poche settimane ha preferito buttare a mare quel che si era faticosamente cercato di costruire (e tu nei sei stato testimone e con il tuo ruolo sostenitore) in una escalation di attenzione esclusiva ai propri interessi personali, mettendo in secondo piano sia il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche sia le concretissime, in questo momento, esigenze degli italiani.
Voglio dirlo a te con chiarezza: in politica i gesti hanno i loro effetti. E dunque la totale inaffidabilità politica e personale di Silvio Berlusconi ha reso impossibile la prosecuzione del cammino, il raggiungimento delle convergenze sulle riforme indispensabili per il Paese. E pensare che questo è, sarebbe, il Parlamento ideale per fare le riforme. Mi permetterai di ribadire che è anche grazie alle decisioni coraggiose e difficili che abbiamo saputo prendere che oggi sono presenti in Parlamento solo sei gruppi, che il quadro non è più quello frammentato delle scorse legislature, che maggioranza e opposizione hanno entrambe un profilo più nitido e libero. Le condizioni ci sarebbero. Ma tutto è stato vanificato per volontà di una parte.
Resta per me comunque impregiudicata la necessità di dare una risposta alla crisi democratica del Paese e dunque di approvare quelle norme contenute nel cosiddetto “pacchetto Violante” per le quali non mancherà il nostro attivo e impegnato contributo in Parlamento. Parlo della riduzione del numero dei parlamentari, di una sola Camera con funzione legislativa, ecc. Su misure come questa noi saremo disponibili, avendo a cuore come sempre innanzitutto l’interesse generale.
Il nostro sarà il comportamento di una opposizione dura e incalzante sulle cose concrete. Un’opposizione riformista, di chi non si accontenta di gridare più forte degli altri ma vuole costruire giorno per giorno, come si fa nei grandi paesi europei, una credibile alternativa di governo. A questo proposito, anche qui: non è cosa da poco, da archiviare come nulla fosse, la decisione di distinguere una volta per tutte la nostra opposizione da quella di chi, legittimamente, ritiene di svolgere questa funzione in un altro modo, che poi finisce per essere quello rappresentato da certi discorsi della manifestazione dell’8 luglio a Piazza Navona. La decisione chiara di non essere lì quel giorno, la scelta di lasciarsi definitivamente alle spalle, anche a costo di pagare un prezzo, la vecchia preoccupazione del “nessun nemico a sinistra” (che poi è in realtà difficile in questo caso parlar di “sinistra”), è stato un altro atto di coraggiosa rottura del Partito democratico. Un atto di vitalità, il segno di una condizione di salute migliore di quella che diversi medici frettolosi insistono a diagnosticare.
Infine la questione Lega. Mi conosci, caro Giuliano, e sai che non sono una persona che vive nel “delirio politicista” che troppo spesso domina la politica italiana. Non l’ho mai fatto, non ho intenzione di farlo, perché so che le strategie politiche non possono ridursi solo a questa dimensione. Questo per dire che quando parlo di federalismo fiscale non lo faccio perché voglio strizzare l’occhio alla Lega o “inserire un cuneo” da questa o quella parte, ma perché credo che si tratti di un tema che riguarda gli interessi del Paese e la vita degli italiani. Ed è con questo obiettivo che continuerò a parlarne e a occuparmene. Anche attraverso il confronto con la Lega, ovviamente, nonostante la sua eterogeneità e l’andamento decisamente altalenante e sul serio contraddittorio delle posizioni che assume. Altra cosa, ed è un elemento di chiarezza, vorrei dire di civiltà politica, è affermare che noi non saremo mai alleati della Lega, di una forza che soffia sul fuoco della xenofobia, che ha le posizioni che ha su questioni come l’immigrazione, l’unità nazionale e il ruolo dell’Europa. Ripeto: è una questione di chiarezza, come quando diciamo, rivolgendoci in particolare alla nostra sinistra, che l’alleanza riformista che noi vogliamo costruire non sarà mai la riedizione della vecchia e rissosa Unione, protagonista di una stagione ormai chiusa.
Dobbiamo guardare avanti. Tutti, in realtà, dovrebbero farlo. Invece non accade, e quello che più fa male è vedere che per responsabilità di altri il nostro Paese resta inchiodato al passato. Per uscirne servirebbero le riforme istituzionali. Ma Silvio Berlusconi ha scelto di spazzare via le possibilità. Per restituire agli italiani fiducia nel futuro servirebbe ristabilire le giuste priorità, e pensare alla loro vita concreta, ai loro salari, ai loro stipendi, alle loro pensioni, a far uscire dalla condizione di precariato eterno i loro figli e i loro nipoti. Ma questo, la consapevolezza della crisi sociale che il prossimo autunno sarà ancora più evidente a tutti, nelle corde di Silvio Berlusconi proprio non c’è. Per quanto mi riguarda puoi star certo che il Partito democratico continuerà a lavorare per aprire una nuova stagione e per produrre innovazioni coraggiose. Anche perché altro non so e non voglio fare.
di Walter Veltroni